L’export di prodotti agroalimentari pugliesi è in costante crescita. Nel corso del 2017 ha infatti raggiunto la cifra di 8 miliardi di euro, con un aumento superiore al 4% e si è diretto soprattutto verso gli altri Paesi dell’UE (52%). In questo quadro la Burrata è una parte molto importante, tanto da far registrare episodi di contraffazione al limite della farsa. Come quello che ha visto protagonista una finta giornalista cinese presentatasi nel caseificio di Noci, chiedendo di poter scrivere un articolo sulle procedure di lavorazione dei prodotti lattiero-caseari pugliesi, in modo da coprire il suo vero scopo, quello di ottenere le informazioni in grado di dare vita ad un prodotto contraffatto in Cina e spacciato per Made in Italy.
Proprio il fenomeno della contraffazione di prodotti agroalimentari italiani è ormai all’ordine del giorno, anche in considerazione di quanto rivelato da una recente indagine, secondo la quale il giro di affari generato in questo modo chiaramente truffaldino andrebbe ad attestarsi intorno ai 60 miliardi all’anno, il doppio di quanto collezionato dalle specialità originali. E’ stata l’ambasciatrice italiana in Belgio, Elena Basile, a ricordare questi dati nel corso dell’evento «True Italian Taste» organizzato in ambasciata lo scorso 5 febbraio.

Le contromosse per tutelare la Burrata pugliese

Di fronte a dati di questo genere, è stato quindi obbligatorio anche per i produttori pugliesi della Burrata cercare di mettere in atto una strategia difensiva e dare vita ad una serie di atti tesi a preservare il prodotto più famoso del settore agroalimentare da contraffazioni come quella cinese. Il primo atto è stato la costituzione del consorzio per la tutela e la valorizzazione della Burrata di Andria, avvenuto il 17 febbraio del 2017, dopo che all’inizio del dicembre precedente il formaggio fresco aveva ottenuto l’inserimento del prodotto caseario nel registro delle indicazioni protette da parte della commissione europea.
Il secondo passo in tal senso si è poi concretizzato con la redazione del disciplinare di produzione, un sistema di regole il quale deve avere l’approvazione del Ministero dell’Agricoltura prima e dell’Unione Europea in seconda battuta. Proprio con il fine di garantire l’originalità del prodotto sono così state definite le modalità produttive in termini di qualità della materia prima, stilando una lista di parametri stringenti in relazione al livello di proteine, grassi, sicurezza alimentare e di tecniche di produzione. Il tutto dovrebbe portare ad un assoluto rispetto della tradizione e fornire ai consumatori la migliore garanzia possibile dell’elevata qualità del prodotto, oltre a prevederne la totale tracciabilità, la quale deve essere costantemente assicurata.

Da I.G.P. a D.O.P.

Infine, l’ultimo step, che dovrebbe consacrare la Burrata e consegnargli la vera e propria legittimazione internazionale, ovvero il suo inserimento nel registro dei prodotti a denominazione di origine protetta (D.O.P.). Per il quale è iniziata la lotta da parte dei produttori pugliesi, che ha peraltro provocato un certo fastidio da parte della Coldiretti, la quale ha ricordato che se nel caso del marchio I.G.P.  basta almeno una fase produttiva realizzata all’interno di una determinata area geografica, per poter ambire ad un riconoscimento D.O.P. tutti i processi produttivi devono essere ad essa riconducibili. Una polemica dovuta al fatto che in precedenza per la Burrata pugliese era impiegato anche latte proveniente dall’estero e che allo stesso tempo è stata rapidamente rintuzzata dal coordinatore del Consorzio della Burrata di Andria I.G.P., il dott. Francesco Mennea, il quale ha ricordato che proprio per questo motivo, ovvero confinare tutto il processo produttivo all’interno della Puglia le aziende interessate hanno deciso di chiedere la Denominazione di Origine Protetta. Una polemica quindi, che non ha alcun motivo di esistere.

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